“Buona vita a tutti” di J.K.Rowling
Per chi, come noi, è sempre alla ricerca di strumenti e soluzioni per migliorare la propria vita, è bello sapere che esiste uno strumento dal potere straordinario ed, allo stesso tempo, facilmente accessibile: le storie.
Le storie ci ricordano dove vogliamo andare: trasformano la motivazione in qualcosa di vivo, che ci accompagna anche quando l’energia vacilla. In un precedente contenuto (se non lo hai letto, puoi trovarlo qui), abbiamo già accennato al ruolo motivante delle storie, all’importanza di usarle, soprattutto in momenti della nostra vita di cambiamento e di sacrificio per il raggiungimento di obiettivi che abbiamo programmato. Questa è una di quelle storie, quella di J.K. Rowling, l’autrice della serie di “Harry Potter”. Quando è stata invitata a tenere il discorso per la cerimonia della consegna delle lauree ad Harvard, ha deciso di parlare di due temi che le stanno a cuore: i benefici del fallimento e l’importanza dell’immaginazione, ponendo la propria storia come paradigma di chi ne ha sperimentato le forme.
Ne è nato un testo denso di umanità e di coraggio, motivante ed incoraggiante. La bellezza di questo libro, a mio avviso, nasce dall’aver vissuto entrambe le situazioni: successo e fallimento. E di aver saputo fare di entrambi la cifra per una vita buona e di qualità. E’ molto interessante l’idea che la paura di non farcela non sia declinata come anelito verso la popolarità, ma come profonda necessità di poter fare ed essere i propri sogni. Lo dice benissimo, l’autrice, in questo passaggio: “In fin dei conti ciascuno deve decidere da sé cosa considera un fallimento, benché il mondo sia piuttosto ansioso di fornirti un insieme di criteri, se solo glielo permetti”.
Da questa frase, come piace a noi di ApriSpazi, possiamo trarre ispirazione e strumenti per migliorare la nostra vita.
Partiamo dal presupposto che la parola fallimento non deve spaventarci, perché non va mai interpretata come qualcosa di definitivo, ma come un passaggio, spesso inevitabile, verso qualcos’altro, di più vero ed autentico, come un fattore che dobbiamo considerare e sul quale riflettere e lavorare, per evitare che possa governare le nostre scelte e rappresentare un limite per il nostro progettare e per il nostro agire. Decidere da soli cosa consideriamo fallimento, vuol dire porsi in un paradigma di autenticità: siamo noi a sapere cosa conta per noi stessi e dobbiamo continuare a saperlo e pensarlo a prescindere da chi ci circonda, a prescindere dai successi altrui, a prescindere da ciò che è generalmente considerato successo. Fare questo salto di qualità per la nostra vita non è semplice, ma è fondamentale: proviamo a rielaborare o ad elaborare il nostro concetto di fallimento e successo, riflettiamo sui criteri che usiamo per identificarlo, perché possono rappresentare bug che ostacolano il nostro cammino, a volte, inconsapevolmente. Non lasciamo che siano gli altri, come dice la Rowling, a decretare se il nostro è un percorso fallimentare o se siamo sulla strada giusta: è come se decidessimo se un abito ci sta bene oppure no facendolo indossare a qualcun altro! Ecco perché è importantissimo lavorare su questo concetto, per aprire spazi per noi, nei quali siamo veri ed autentici, con le nostre risorse e il nostro saper fare.
J.K.Rowling ha vissuto sulla propria pelle l’ansia di dover corrispondere in qualche modo ai desiderata di chi ci ama, alle aspettative ed al senso comune di ciò che rappresenta l’avercela fatta nell’immaginario comune. In cerca di un difficile equilibrio tra ambizioni personali ed aspettative dei suoi cari, era convinta che l’unica cosa che le interessasse davvero fosse quella di scrivere romanzi, mentre i suoi genitori propendevano per un diploma professionale, perché, avendo sperimentato la povertà, volevano a tutti i costi evitare quell’esperienza alla loro adorata figlia. Quanti di noi pensano la stessa cosa?Per sé, per i propri figli…
J.K. Rowling, in realtà, si iscrive, di nascosto, alla facoltà di Lettere classiche e poi si ritrova, sette anni dopo la laurea, a fare i conti con una vita fallimentare: con un matrimonio finito, una figlia e senza lavoro… e senza soldi. Dice: “quello che avevano temuto i genitori così come quello che temevo io stessa si era avverato e, secondo tutti i canoni comuni, non conoscevo nessuno più fallito di me“. “Perché parlare dei benefici del fallimento? Per il semplice fatto che il fallimento mi costrinse ad eliminare tutto ciò che era superfluo. Smisi di illudermi di essere qualcosa che non ero e presi a incanalare ogni mia energia nel portare a termine l’unico lavoro che mi stava a cuore. Se davvero avessi avuto successo in qualcos’altro, forse non avrei mai trovato la forza di riuscire nell’unico campo a cui ero convinta di appartenere davvero.Con il realizzarsi della mia più grande paura mi ero ritrovata libera, ero ancora viva, avevo una figlia che adoravo, avevo una vecchia macchina da scrivere e un’ottima idea. E cosi il fondo che avevo toccato diventò la solida base su cui ricostruii la mia esistenza.”
Il paradosso del fallimento come dono, come strumento che conferisce sicurezza, reale conoscenza di noi stessi e delle nostre capacità. Una su tutte: la capacità di sopravvivere. Rivedo, tra le righe, un minimalismo applicato inconsapevolmente, alla propria vita: dopo aver tolto resta chi siamo, nella nostra nudità, che ci svela la nostra reale identità e ci spinge a dare il massimo, perché abbiamo solo quella strada…“Le altre sono un sentiero per l’infelicità“.
Parola di J.K Rowling.
Se la recensione ti ha ispirato, puoi trovare il libro qui oppure qui.
Se senti il bisogno di fare chiarezza su cosa significhino davvero, per te, successo e fallimento, abbiamo preparato una risorsa, uno spazio guidato con esercizi di riflessione e scrittura, per rimettere al centro i tuoi criteri ed accompagnarti in questo passaggio di consapevolezza.
E ricorda…semplificare è un atto rivoluzionario.
Scegli solo ciò che ti fa stare bene.


