L’arte di essere fragili, ovvero il duro lavoro di essere autentici

 

“L’arte di essere fragili” di Alessandro D’Avenia

L’epoca delle passioni tristi, come qualcuno ha definito questo nostro tempo ebbro di emozioni di superficie ma assetato di amori profondi, è  esangue e spenta per mancanza di destini tesi a diventare destinazioni, quella condizione, cioè, in cui abbiamo presa sulla nostra vita così com’è e la facciamo fiorire, trasformando ciò che ci è capitato in scelta, ciò che ci è dato in desiderio, ciò che abbiamo in passione, la strada che stiamo percorrendo in ispirazione per una meta”.

Trovo questo passaggio del libro di D’Avenia un condensato di verità e meraviglia, fuse insieme in un melodico inno alla vita.

Avere presa sulla nostra vita, prenderci in carico, assumere su di noi il compito e la responsabilità di farla fiorire, senza scuse, senza inutili rimpianti, è un compito alto, supremo, nobile.

E’ ciò che dovremmo insegnare ai nostri ragazzi. Senza timori. 

Si può imparare il faticoso mestiere di vivere giorno per giorno in modo da farne addirittura un’arte della gioia quotidiana?

Che cosa fa sì che perdiamo la via? Che cosa ostacola la vita? 

“Esiste un metodo per la felicità duratura, uno stare al mondo che dia il più ampio consenso possibile alla vita senza rimanere schiacciati dalla sua forza di gravità, senza soccombere a sconfitte, fallimenti, sofferenze, anzi trasformando questi ultimi in ingredienti indispensabili a nutrire l’esistenza?”.

Chi di noi non si è mai posto una domanda di questo tipo? 

Soprattutto quando le cose non vanno come avremmo sperato, quando un sogno si infrange, quando un amore finisce, quando la strada sulla quale stiamo procedendo non somiglia alla direzione che avremmo voluto o programmato.

Trasformare il destino in destinazione non significa arrendersi, né piegarsi ad un destino amaro.

Significa prenderne le redini. Significa anche accettare e sapere accogliere i no.

Abbiamo scelto di recensire questo libro, perché lo troviamo profondamente umano e fortemente attuale, permeato da valori che abbiamo a cuore.

Le domande che solleva non conducono, per la loro stessa natura,  a soluzioni semplici, ma hanno il pregio di aprire spazi nuovi di riflessione, di portarci a navigare senza perderci, nelle turbolente acque della nostra interiorità, per approdare a nuovi spazi di consapevolezze.

 “Semplice, la vita non lo è mai. Un pò più semplici, però, potremmo essere noi, con uno sguardo più puro sulla vita. La vita non è mai povera, mentre povero è, a volte, il nostro sguardo, incapace di leggere la realtà su più livelli, perché non sono attivati i nostri spazi interiori più profondi.

Come si attiva questa interiorità?

Cosa è capace di guidarci oltre le nostre domande?

Spesso chi non legge fabulae, storie di destini altrui, non sa niente del proprio, e si accontenta del surrogato della fabula: la fama. Anche questo termine ha la stessa radice: é il dire che viaggia di bocca in bocca senza una fonte autorevole; qui la fonte è l’accumularsi di voci orizzontali, non la voce verticale, cioè quella che ha l’autorità dell’altezza (del dio) o della profondità (dell’io). Senza  fabula il fato non ha luogo e mezzo con cui venire alla luce e compiersi, e cede il passo al “così dicono tutti”, al “così fan tutti”.

“Se non sono protagonista di almeno un racconto, il mio, svanisco, anzi, sono già svanito”.

Il tema del farsi spazio, dell’aprire varchi verso la nostra interiorità, il nostro sentire, è molto forte in questo libro, che sembra un manifesto dell’autenticità, molto, tanto, vicino, a ciò che ApriSpazi vuol rappresentare e sedimentare.

Un piccolo, prezioso, seme, capace di parlare a chiunque.

Perché l’arte di essere fragili è un invito all’autenticità ed alla capacità di trovare un proprio spazio nel mondo, che non sia un adattamento, ma uno spazio ricavato, cercato, usato, dopo aver scavato, pianto, sudato, per manifestare e pretendere il proprio posto, che non è uguale a quello di nessun altro.

Le parole di D’Avenia mi parlano come essere umano, come donna, ma risuonano tanto all’insegnante: sono fiorenti per ogni genitore, per ogni educatore, per tutti coloro che hanno a cuore il futuro dei bambini, ragazzi, adolescenti, con i quali entrano in contatto.

I luoghi fisici e virtuali sono pieni di chi cerca risposte ai tanti perché, a tutti gli  eventi di cronaca che ci interrogano quotidianamente su aspetti che ci devastano.

Sentiamo gli esperti ripeterci analisi, spiegazioni possibili …alla base c’è sempre, a mio avviso, questa difficoltà dei ragazzi, dei giovani adulti, ma anche di noi educatori, di comprendere che nulla possiamo senza la nostra autenticità, che nulla può costruirsi senza le solide fondamenta dell’accettazione della propria unicità, della difesa della propria unicità, come il dono più prezioso che possediamo.

Anzi, di ciò che davvero possediamo. Tutto il resto, in realtà, non ci appartiene.

La nostra unicità non è un dato acquisito: scoprirla, conoscerla, approfondirla, vuol dire difenderla ed essere disposti a pagarne il prezzo. 

Nessuno pensa che sia semplice, ma è l’unico spazio vero che possiamo occupare. 

Il resto è imitazione. E’ solo una brutta copia. Ed è lì che iniziano i problemi.

Una vita di qualità, nella quale ogni cosa abbia un valore ed il valore abbia uno spazio consapevole e certo, non può prescindere da uno spazio di autenticità.

Quindi, se ci stiamo chiedendo cosa possiamo fare per i nostri figli, per i nostri studenti, per i nostri nipoti…la risposta è semplice: insegnare loro il potere dell’autenticità. Un concetto semplice, ma che ha mille ricadute ed infinite possibilità. L’autenticità non è unica e non si insegna una sola volta, con una chiacchierata.

E’ metodo e conquista progressiva. Si costruisce azione dopo azione, con un dialogo costruttivo e fattivo. E con il nostro esempio.

Quando qualche evento ci sconvolge e ci interroga, chiediamoci in primis: io che modello sono? Sono, io per primo, esempio di autenticità?

O trascorro il tempo sui social a commentare la bellezza delle vite altrui? O impongo modelli di comportamento vincenti e competitivi ?

Sono capace di prendermi le mie responsabilità o attribuisco ogni cosa al caso, all’ingiustizia o alla mancanza di denaro?

I ragazzi hanno bisogno di sentire che ci sia uno spazio del possibile, che la determinazione e la caparbietà abbiano un senso ed un valore nella loro vita.

Mi piace moltissimo il titolo di questo libro perché, nel riservare uno spazio d’onore alla fragilità, tutti ci sentiamo legittimati nel nostro sentire, sentiamo che il fallimento è parte inevitabile della vita ed è un passaggio che ci aiuta a costruire solide fondamenta, non è uno spauracchio da evitare a tutti i costi.

Essere fragili significa poter sentire la vita che scorre e che ci tocca, significa che non siamo legittimati all’indifferenza, non siamo autorizzati a vivere sopravvivendo ed a pensare che non ci siano sfumature.

Non siamo perdenti o vincenti. Siamo tante cose, e molte di più. Siamo se andiamo oltre i nostri fallimenti e le nostre cadute.

Siamo perché sentiamo e non abbiamo paura di ricevere dei no.

I no sono quei limiti che dobbiamo imparare ad accettare e, se del caso, provare a superare.

Non c’è ragione per disperarsi, se dentro di noi abbiamo ben salde le radici della nostra autentica verità.

Questo libro è un inno alla vita, alla ricerca di sè, alla esplorazione dei propri sogni, dei propri desideri, delle proprie potenzialità.

E’ un incitamento a coltivare tutto di sè, senza esitazioni, senza il timore del giudizio altrui, nella convinzione che siamo stelle di uno stesso firmamento, tutte splendenti e tutte ugualmente degne dello spazio che occupano. 

(…) nessuno di noi si sottrae al rito delle stelle cadenti, perché almeno una notte ogni trecentosessantacinque tutti vogliono sentirsi parte di una storia infinita, nella quale al cadere di una stella si leva un desiderio, come se i nostri sogni fossero collegati con i movimenti dell’universo secondo una logica perfetta. Gli antichi, infatti, dicevano che se le stelle non determinano i fatti della vita almeno li influenzano. In quell’istante, immersi nel buio che copre il brutto vizio di non sentirci all’altezza della vita, siamo finalmente titolari a esprimere nel silenzio del nostro cuore ciò che per noi più conta, ciò per cui desideriamo vivere. (…)”

Sono attimi di rapimento, di improvvise manifestazioni della parte più autentica di noi, quel che sappiamo di essere, a prescindere da tutto, successi lavorativi, risultati scolastici, giudizi altrui e l’esercito minaccioso di fatti che vorrebbero costringerci entro i confini della triste regione dei senza sogni …”

La parte più bella di noi ha una casa da poter abitare ovunque, con le fondamenta al contrario, appesi a una stella non cadente ma luminoso riferimento per la nostra navigazione nel mare della vita”. 

Non è un caso che D’Avenia sottolinei che la speranza è desiderio (de-sidera, distanza dalle stelle, mentre la sua mancanza è un disastro (dis- astro, assenza di stelle).

Ti piacerebbe approfondire questo argomento? Leggerai questo splendido libro? Raccontaci scrivendo ad  info@aprispazi.com o lascia un commento sui nostri social: ogni voce apre nuovi spazi.

E ricorda…essere semplicemente se stessi…è un atto rivoluzionario!

Puoi acquistare il libro qui oppure  qui .

Seguici su:

Correlati

Previous
Next