Essere madri senza il mito del sacrificio.”Lo faccio per me ” di Stefania Andreoli

Lo faccio per me: maternità, identità ed il diritto di restare intere

Apriamo spazio ad una maternità concepita come relazione e non come ruolo.

Diventare madre, per molte donne, non è solo una nascita: è uno spaesamento.
Lo faccio per me” di Stefania Andreoli è un saggio che entra proprio in questo spazio fragile, spesso taciuto e lo illumina, senza giudizio. 

Lo abbiamo scelto perché dà parole ad una solitudine materna diffusa, ma raramente raccontata.

La maternità non è un modello unico

Uno dei nodi centrali del libro è la critica all’idea che esista un solo modo “giusto” di essere madre.

Un’immagine monolitica, tramandata culturalmente, che finisce per ingabbiare le donne dentro aspettative rigide: abnegazione, sacrificio, annullamento.

Andreoli smonta questa costruzione, mostrando come la maternità sia spesso confusa con un ruolo da interpretare, anziché con una relazione viva e mutevole. È proprio questa confusione a generare senso di colpa, inadeguatezza e paura del giudizio.

Quando diventare madre significa perdersi

Da quando sono diventata madre, mi sono chiesta spesso perché intorno a questo tema ci sia così tanta confusione. Nel libro ho ritrovato parole che hanno dato dignità a sensazioni che avevo imparato a silenziare: il desiderio di solitudine, il bisogno di restare me stessa, la fatica di difendere spazi personali senza sentirmi egoista.

Come donna che ha sperimentato ed ancora sperimenta la splendida e sconvolgente esperienza dell’essere diventata madre, ho ritrovato in questo libro parole-rifugio e parole-verità, che vorrei aver incontrato prima.

Per quanto ce l’abbiano fatto credere, per quanto la narrazione dell’amore romantico in senso lato abbia prodotto opere, canzoni e storie emozionanti (leggi: strazianti), per quanto la dottrina abbia attribuito alle donne, e ancora più alle madri, il ruolo sacrificato e sacrificale del personaggio che muore sempre un pò, NON siamo al mondo per metterci al servizio della vita di nessun altro. No, nemmeno in quanto madri”.


La maternità, quando viene presentata come totalizzante, rischia di fagocitare l’identità della donna. E questo non è mai un bene, né per le madri, né per i figli.

Lo senti addosso il peso di una madre che non ha altro che te.

Ti tarpa le ali, ti spegne con un senso di colpa perenne che, probabilmente, porterai con te nelle tue relazioni future.

Maternità di ruolo o maternità di relazione

Un passaggio particolarmente potente riguarda la distinzione tra maternità come ruolo e maternità come relazione, per condurci ad esplorare un concetto che, lungi dal riferirsi ad un ruolo di genere, vuole indagare e sfatare l’idea che quella di madre sia un’incombenza, un mestiere.

Quando la maternità diventa una prestazione, entra in gioco il perfezionismo: la madre impeccabile, il figlio come risultato, la vita familiare come progetto da non fallire.

Attenzione, qui non si tratta di mere questioni  terminologiche: stiamo parlando di materia viva, della nostra carne, delle nostre vite.

Perchè, come dice stupendamente l’autrice “se la maternità continua a essere intesa come un mestiere (ruolo, dunque, nel senso di materno-impiegatizioi), non possiamo stupirci che contenga in sè un ineliminabile anelito di performance: la mamma dell’anno come l’impiegata dell’anno, il figlio brillante e felice come il report dei risultati del semestre, la prestazione sociale  scolastica e sportiva della prole come il vincente lancio sul mercato del nuovo prodotto”.

In pratica, finchè la maternità è rappresentata e vissuta come ruolo, sarà logica conseguenza viverla con la costante preoccupazione di costruire un progetto nel quale muoversi e puntare ad essere madre perfetta, con la brutale conseguenza di trasformare i figli in pagine bianche sulle quali le madri “tracciano segni di vittoria o di fallimento”.  

In questo quadro la condizione necessaria per essere madre impeccabile diventa non essere nient’altro”.
Intendere la maternità come relazione, invece, libera. 

Restituisce complessità, permette l’errore, riconosce i limiti. Soprattutto, consente alle madri di restare persone intere, non figure sacrificate.

 

L’impatto sui figli: educare con l’esempio

 

Crescere accanto ad una madre che si annulla trasmette un’idea distorta dell’amore, associato alla rinuncia ed al senso di colpa.

Al contrario, una madre che coltiva desideri, interessi e confini insegna, senza proclami, il rispetto di sé.
Non si tratta di fare di più, ma di essere vere.

Ancora una volta, la chiave sta nel coltivare la propria autenticità, partendo dal nostro nucleo vitale, qualunque esso sia ( ne abbiamo parlato anche nella recensione  Con te e senza di tee “L’arte di essere fragili” ).

Qual è stata la tua esperienza di madre? Raccontaci nei commenti…

E ricorda…semplificare è un atto rivoluzionario.

Scegli solo ciò che ti fa stare bene…

Se vuoi immergerti nelle parole salvifiche di questo libro, puoi acquistarlo anche  qui .

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